Mark Fischer, il weird e un Capodanno a Lubjana
Comprendi di essere al posto giusto nel momento giusto quando una perfetta sconosciuta, fissandoti negli
occhi, ti chiede: ma voi cosa ci fate qui?
Il 2020 era iniziato così, a mezzanotte, un po’ persi e un po’ infreddoliti, ad ascoltare un gruppo punk in una
piazza di Lubjana.
Tutta la città era in festa, persone con cartocci contenenti salsicce e patate arrosto camminavano
disorientati, senza meta, alla ricerca di musica e gente.
Non mi ricordo neanche come trovammo questo concerto, se in modo casuale o sfogliando una rubrica dal
titolo “cosa fare a Capodanno a Lubjana”, mi ricordo soltanto che a un certo, magari semplicemente attratti
dalla musica, arrivammo in questa piazza dal nome iconoclasta: piazza della Rivoluzione francese e li ci
fermammo.
Ad assistere al concerto c’era una folla eterogenea di persone, uomini e donne di età più disparata.
Le persone si stringevano e sbattevano l’uno contro l’altro, cercando di scaldarsi un po’, intonando a
squarciagola le canzoni del gruppo. Tutto era un po’ inusuale, il gruppo punk, in piazza, il 31 dicembre e
come se non bastasse persone più variegate che cantavano le canzoni come noi solitamente cantiamo le
canzoni degli 883.
Ci stavamo guardando attorno divertiti sorseggiando un vino in un bicchiere di plastica, quando una ragazza
bionda con il trucco attorno agli occhi un po’ sbavato, iniziò a parlarci in sloveno.
“Mi dispiace, non siamo sloveni” le rispondemmo.
“Ma lo capite?” ci domandò questa volta in inglese. “Capite lo sloveno?”. Ci limitammo a scuotere la testa.
“No, non conosciamo una parola di sloveno.”
“Allora conoscete i Niet?” indicando con una mano il gruppo che stava suonando.
“No, mai sentiti” rispondemmo. Questa volta sorridendo, la ragazza ci chiese: ma allora che ci fate qui?”
Il 2020 era iniziato così, in modo insolito. La presenza di questa strana ragazza ci fece compagnia per molte
altre ore, la incontrammo per strada, una volta che avevamo lasciato il concerto, la incontrammo a
Metelkova, questo enorme complesso artistico occupato che si trova alle porte di Lubjana, la incontrammo
a una discoteca nella zona industriale.
La sua faccia sorridente compariva fuori dal nulla, ci faceva delle battute, a volte cadeva per terra, noi ci
preoccupavamo, le davamo una mano a rialzarsi e poi all’improvviso, scompariva di nuovo, senza lascare
traccia.
Poi all’improvviso scomparve, uscì di scena senza lasciare traccia, come una presenza all’interno di una casa
stregata quando il sorgere delle prime luci delimitano il confine fra giorno e notte
Avrà avuto vent’anni e il suo sogno era quello di lasciare la Slovenia per andare a studiare a Londra. Chissà
che fine avrà fatto.
Fu un capodanno bello, in giro per una città che sembrava non avesse voglia di pensare a nulla, come quegli
amici che ti tieni stretti perché sai che hanno quello strano potere di sciogliere, con una battuta, qualsiasi
tua preoccupazione.
Ogni persona è weird per qualcun’altra.
Nella letteratura fantastica, spesso si utilizza la parola weird per definire un sottogenere del’horror che non
terrorizza ma “stranisce”. Non a caso in italiano la parola weird viene tradotta con il termine “strano”.
Mark Fisher è stato uno scrittore e filosofo inglese, morto suicida nel 2017. Fisher insieme ad altri
intellettuali fondò il movimento Accelerazionista, un movimento filosofico ipercritico nei confronti del
capitalismo. Il collettivo che fondò insieme a Nick Land è stato uno dei progetti più interessanti degli ultimi
trent’anni e consiglio vivamente di scavare un po’ in internet per vedere a che punto si spinsero.
In una sua opera Fisher sostiene che accostare la parola weird alla parola “strano” è un approccio
superficiale; weird è quello stato d’animo o emozione che ci suscita l’elemento esterno che entra nel nostro
mondo e che rompe il concetto di familiarità.
Mi domando: chi di noi ha rotto con il concetto di familiarità? Noi che ci siamo intrufolati a un concerto di
un gruppo sloveno anche senza capire una parola di quello che veniva cantato, noi che veniva da fuori e che
entrava nel suo ambiente fatto di rituali e spazi condivisi rompendoli, o lei che si è imposta nel nostro
menage, comparendo e scomparendo a suo piacimento?
Come dicevo ogni persona è weird per qualcun’altra.
Ogni rapporto con l’Altro, secondo Todorov, può essere ricondotto a quattro tipologie di relazione: di
scoperta, di conquista, di amore, di conoscenza.
Colui che scopre in realtà si relazione a l’Altro come se fosse un territorio geografico; non è interessato
realmente a comprendere, vuole semplicemente esplorarlo.
Colui che vuole conquistare invece vuole conoscere l’Altro, ma non per rispettarlo, semplicemente perché
la conoscenza dell’Altro agevola la conquista.
Colui che ama invece vuole conoscere l’Altro ma solo per procedere più velocemente ad un processo di
assimilazione.
Soltanto la conoscenza come fine permette alla persona di relazionarsi all’Altro senza volere farlo
scomparire, ma rispettando la sua identità e anzi, considerando l’identità dell’Altro uno spunto di
riflessione.
Ma l’Altro per noi, appena ci si avvicina, è sempre weird, perché entra in quello che definiamo come
familiare, abitudinario a volte arrivando a scompaginare le carte stesse che compongono il concetto di
familiarità.
Il weird però non è solo l’Altro, il weird può anche essere un evento o una circostanza. A pensarci i bene, il
quel capodanno a Lubjana si potevano intravedere i segni di un anno che sarebbe stato all’insegna del
weird, l’anno dove il weird, attraverso un virus, attraverso un isolamento un po’ imposto, un po’
autoimposto, sarebbe diventato la normalità.
Caratteristica tipica del weird è il “punto di passaggio”, una porta attraverso cui irrompe nelle nostre vita.
A rappresentare alla perfezione questo passaggio, questa porta, nel nostro quotidiano quest’anno è la
televisione, che sintonizzata su un luogo familiare ma diverso, ci collegava direttamente nello studio di una
persona che regolava la possibilità di uscire o rimanere a casa, di vivere oppure sopravvivere.
Se il nuovo ritmo imposto alla quotidianità è il weird stesso, la televisione era quel buco attraverso cui il
weird si palesava. Attendevamo con fare cadenzato il pulsare del weird che giungeva a noi attraverso la
televisione. Così sapevamo quando uscire e quando rimanere a casa, quando andare al ristorante o quando
mangiare a casa.
Ormai sono mesi che questo nuovo weird è entrato nelle nostre vite e secondo qualcuno dovremo
semplicemente imparare a conviverci.
Ma in tutto questo c’è una cosa che non siamo riusciti ancora a capire, un cambio di prospettiva che
avrebbe potuto donare un nuovo senso alle cose.
Nonostante la nostra bravura etnocentrica di assimilare le altre culture, come ci ha illustrato Todorov,
questa volta la partita la stiamo perdendo, le difficoltà ci stanno sovrastando e il weird è rimasto alterità
non riconducibile a noi e che anzi lentamente ci sta conquistando.
Lo stiamo “esplorando” stiamo provando a resistere alla sua “conquista” ma stiamo perdendo la possibilità
di “conoscerlo”.
“Che tu possa vivere in tempi interessanti” è un antico anatema cinese per noi occidentali non semplice da
comprendere.
Per i cinesi invece è una maledizione travestita da augurio, perfettamente in linea con il loro pensiero
perché nella pace, nella prosperità, non c’è nulla di interessante, perché tutto è calmo, piatto, familiare.
L’interessante esiste nel momento in cui attraverso un passaggio, attraverso un’apertura, nella tua vita
entra l’esterno, l’Altro da te, il weird.
Ma quella maledizione porta in grembo anche un dono, la possibilità di ripensarci o pensarci nuovamente.
quello che nella cultura confuciana fortemente immobile è impossibile, sarebbe invece possibile in quella
Occidentale.
Ciò che Fisher infatti si è dimenticato di mostrare è l’altra faccia del weird. Il weird infatti sgretolando il
senso di familiarità ci permette, come l’Altro di Todorov, di evadere dalla prigione dell’Io-Noi e vedere cosa
c’è al di fuori della grotta. Il weird in altre parole è un punto su cui potremmo fare leva per iniziare una
riflessione critica.
Il vero motivo per cui Il Covid sta vincendo non è tanto perché ha annullato la nostra socialità, perché ci ha
impedito di viaggiare o perché ci ha fatto saltare le partite di calcetto con amici e colleghi, il Covid sta
vincendo perché nel suo essere irriducibilmente weird ci ha atterrito a tal punto da impedirci di ripensare la
nostra società.
In altre parole, il Covid, come Medusa, ci ha reso ciechi, negandoci la possibilità di vedere che dietro
l’inatteso, dietro al weird, si cela costantemente un’opportunità. Non cogliere questa opportunità sarà la
nostra più grande sconfitta.


